Vittorio Baretto ( critico e storico dell'arte)
Già Nietzsche nella sulla nascita della tragedia “stigmatizzava opportunamente la profonda dicotomia tra un’arte dionisiaca e un’arte apollinea che si sviluppa come
un concetto vichiano.
Semplicemente si può descrivere questo processo come un alternarsi di linee rette e linee a spirale, di razionalità ed ebbrezza, di concretezza (nella ragione di raccontare e testimoniare una realtà quale essa sia) e di suggestione emotiva disgiunta dal soggetto rappresentato-poiché fino al dopoguerra di rappresentazione sempre e comunque si tratta.
Questo breve richiamo per introdurci al percorso artistico ed umano di Ottolia che qui presenta una sorta di antologica, partendo dal suo abbandono dell’arte figurativa (la bella arte) e spostando il suo interesse sulla forma e il supporto.
Dalle grandi tele di carattere caravaggesco, dalle quali emerge una cultura classica e una maestria tecnica raffinata, con figure possenti e drammatici squarci di luce tipici della pittura seicentesca, dopo un lunga pausa di riflessione sul tema del “fare arte” nel nostro secolo, intraprende una nuova avventura stilistica che lo condurrà a quel lavoro che si definisce Barocco analitico, e la odierna cifra di lettura, il suo codice personale e innovativo.

Ricordiamo che in questa esposizione vengono rappresentati alcuni momenti topici della sua storia artistica: dalle carte sovrapposte e lasciate alla volontà delle intemperie, concettualmente riferite alla caducità del tempo, all’ironia sulla vacuità della moda e dei modelli contemporanei, al sorriso beffardo nei riguardi della vanitas dell’uomo (infatti le opere sono raccolte di riviste qua Vogue, Vanity Fair ecc... ridotti a simulacri della voracità della natura cui tutto appartiene e tutto ritorna).
Si arriva poi con uno scarto improvviso alla riscoperta della tela e della pittura integrata con la straordinaria in quanto non usuale movimento delle stesse, riprendendo il rapporto luce-colore attraverso la manipolazione e alterazione della tela tradizionale.
Questo procedimento, che si avvale di una attenta valutazione dell’arte Analitica dei primi anni settanta, si sviluppa nel tempo fino ad arrivare alle aeree forme che danzano sulla parete o a un filo leggero, attraversate dal soffio vitale dell’artista che le rende attraversabili pur nella loro spinosa, a volte costruzione. I materiali sono ridotti all’essenziale: la tela scompare, il colore viene sostituito dalla luce o dalla parete d’appoggio; all’artista-artefice interessa la partecipazione del fruitore come parte attiva dell’opera, come interlocutore privilegiato.
Lo spostamento verso un’arte sempre più rarefatta rimane fedele al concetto di Barocco analitico, riferendosi sempre più all’evanescenza dei cieli valorosi, dell’opulenza progettuale, al disinteresse di una rappresentazione anacronistica, di una realtà non più proponibile.
Prof. Andrea Daffra
Uno dei molteplici aspetti dell’attuale momento artistico è quello che vede un grande impegno verso la propensione a creare forme di pittura-scultura: di un lavoro, vale a dire, che pur mantenendo le specifiche dell’indipendenza, dell’unicità creativa, dell’artigianalità, abbia sin dal principio il compito di auto-rappresentare anche sé stesso e non più solo qualcosa di intrinseco a esso.
Un tipo di pittura, cioè, che sempre più costituisce la trasposizione riuscita di un’idea, di un concetto, anziché del mero desiderio di rappresentare la realtà esterna attraverso la forma artistica ritenuta più congeniale.
Tra gli artisti che a un certo momento della loro carriera hanno sentito l’esigenza di abbracciare questo tipo di “pittura”, Giorgio Ottolia costituisce un caso molto interessante.
Del percorso creativo di Ottolia ne ha più volte e puntualmente raccontato le specifiche la penna di Vittorio Baretto, colui che, nella fase di crescita e rinnovamento dell’artista, ne ha aggettivato ed esemplificato il lavoro con l’ossimoro Barocco Analitico.
In breve, Ottolia abbandona abbastanza precocemente in fase di formazione l’approccio figurativo – caratterizzato da tele con soluzioni compositive caravaggesche (nei rapporti luci-ombre o nelle forme plastiche) o d’ispirazione onirico-simbolista – favorendo strutture creative, prima costituite da strati di pagine di quotidiani “abbandonati” alla mercè del tempo e delle intemperie quali vento, pioggia e sole, poi rivolte all’esaltazione della tela e delle forme che essa può assumere; sino alle recenti sperimentazioni, in cui i “consueti” materiali – con qualche new entry, certo – trovano un terreno d’incontro e di dialogo in opere la cui autonomia raggiunge un certo grado di completezza.
Pur traendo spunti e riflessioni da movimenti artistici più o meno recenti, tra i quali la Pittura Analitica o gli Anacronisti, nel realizzare l’opera Ottolia attinge anche alla filosofia, alla pittura e alla scultura tradizionale, classica e barocca, ponendo particolare attenzione alla rappresentazione dell’uomo.
Essere umano inteso non solo come “componente” libera dello spazio dalle fattezze ben definite, ma come “entità” viva ed energica, composta da molteplici “corpi” e mossa da quel “principio vitale” che la filosofia antica definiva pneuma.
Il lavoro a cui portano tali riflessioni è un intreccio tra forme antiche e presenze contemporanee, un “gioco delle parti” in cui il materiale si esprime con creste, crepacci, curvature, drappeggi, pieghe, rigonfiamenti e sovrapposizioni.
Qui materia e forma comunicano tra loro, evocando l’energia della mano dell’artista: mano sempre rispettosa della natura dei materiali, delle loro specifiche e delle loro caratteristiche.

Ottolia, insomma, conscio del fatto che anche la vita dei materiali è un fatto ciclico, deve predisporsi per un “intendimento con la materia”, affinché questa possa pronunciarsi senza costrizioni (a questo giovano i suoi studi tecnici con indirizzo chimico, coloristico).
Le soluzioni individuate raccontano la storia criptica di ciò che “sta sotto” e, in alcuni casi, di ciò che “è accaduto”, narrano della relazione tra l’oggetto e lo spazio e di conseguenza la proiezione umana nello spazio con la sua parte naturale-concreta e la sua parte spirituale.
Ecco, quindi, che le Carte raccontano le conseguenze del tempo, i drappi (Baracco analitico – titolo comune a diverse opere –, Radice Pneumatica, Seme e ancora Memorie) la metafora della spiritualità dell’essere umano o del suo soffio vitale e i recenti Setacci l’esigenza di discernere le esperienze della vita.
Ma Ottolia è molto altro, chiaramente, è anche pura scultura, objet trouvé e ready-made contaminati da nuance pneumatiche.
Impostati su un numero limitato, ma assai controllato di colori (esclusi, naturalmente, i primi lavori e le carte) quali bianco, rosso, giallo, arancio, argento, oro e dipinti con tinte tendenzialmente neutre, le opere proposte sono lavori spesso provvisti di una sagomatura ad hoc del telaio – il “DNA”, o struttura portante, del drappeggio è frutto dell’assemblaggio di listelli riciclati di antiche botti per il vino, per esempio – o frutto di unione di oggetti, reti metalliche e assemblaggi che possono creare atmosfere, o meglio ancora ambienti.
In questa “somma delle parti” la caratteristica artigianale è presenza ed esempio importante di precisione e raffinatezza, contraddistinta dal rifiuto delle sollecitazioni dell’irrazionale: la soglia del coerente, della continuità, della logica non è mai varcata.
Con il Barocco Analitico Ottolia “unisce materiali per creare una ragione estetica” o ancora “implementa il sensibile nella materia, consentendo a quest’ultima di manifestarsi nel suo essere”, realizzando opere in cui l’estasi, come sottolinea spesso l’artista parlando del proprio lavoro, “è concreta”.
Non sappiamo a quali ulteriori esperienze Ottolia possa andare incontro, né verso quali aperture o dimensioni plastico-oggettuali possa aspirare la sua opera; sicuro, anche nella più recente produzione, il suo lavoro costituisce un esempio significativo dell’attento bilanciamento tra componenti atmosferiche, spaziali e naturalistiche. Al tempo stesso, ovviamente, senza abbandonarsi a superflue sfumature aneddotiche o non essenziali.
L’affermazione dell’importanza di offrire un lavoro curato e ricercato, dunque, è per Ottolia occasione di manifestazione della volontà creativa e della ricerca artistica, sempre coerente e interconnessa.